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domenica 5 gennaio 2014

Nuovo anno, nuovi propositi

Un nuovo anno equivale ad un nuovo inizio, per tanti. Il problema è che spesso e volentieri il tutto si ferma al calendario, senza mai trasformarsi in qualcosa di concreto.

Nonostante ciò, tutti amiamo tirare le somme e fare i bilanci tra il 31 dicembre e i primi giorni dell'anno seguente. Ci sentiamo profondi e solenni, scrittori talentuosi con le potenzialità di scrivere autobiografie esplosive che diventeranno best-seller nel giro di un paio d'ore. Tuttavia siamo sempre noi, gli stessi comunissimi e banali individui del giorno prima. E altrettanto invariato è rimasto il mondo circostante. Qualcuno è morto, qualcuno è nato, c'è qualche coccio di vetro in più per le strade, abbiamo conosciuto nuove persone, ma niente di relativamente straordinario è accaduto.

Se non altro, la pratica di ripercorrere l'anno precedente ci consente di riflettere, attivare il cervello e prendere qualche minuto per noi stessi. Probabilmente anche questi pensieri non condurranno a niente di rilevante. Non ci renderanno sicuramente gli eroi in grado di salvare il pianeta dai disastri che lo minacciano e nei confronti dei quali continuiamo ad essere spaventosamente negligenti. Tuttavia è una buona opportunità (per tanti, l'unica) di alzarci e fronteggiare i problemi, le questioni, le paure e le preoccupazioni dalle quali non abbiamo fatto altro che fuggire per i precedenti 364 giorni. E' in questo momento che realizziamo che, forse, qualcosa l'abbiamo imparato. La nostra memoria aveva solo bisogno di essere rinfrescata.

Io mi ritrovo tra i tanti che amano tirare le somme e ripercorrere quanto accaduto l'anno precedente. Solitamente mi ritrovo a farlo a tempo perso, saltuariamente, dato che preferisco tenermi occupato con qualunque altra cosa per non pensare.
Ecco le lezioni che ho imparato nell'anno appena trascorso:

-Rilassati. Nessuno ti fustigherà, frusterà o lapiderà in caso ti sia impossibile accontentare le richieste e i bisogni di tutti. E' comprensibile non essere propensi a deludere le persone che ci circondano, ma l'auto-annichilarsi per poi incasinare tutto non è la soluzione.

-Non avere fretta. Pazienta e non temere il tempo che passa. La fretta è sempre una cattiva consigliera e, anche se il tempo scorre inesorabilmente, per quanto ci sforziamo non possiamo fermarlo. Prendiamoci tutti gli istanti di cui abbiamo bisogno senza, per questo, perderli.

-Abbi più fiducia e credi di più in te stesso. Riceverai continue delusioni che ti butteranno giù, a seconda di quanto importanti percepirai le cose che le riguardano, ma non sei da buttar via. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà e saprà come prenderti.

-Il corpo non va trattato come un rottame. Non smetterò certamente di bere, semplicemente cercherò di moderarmi ancor di più. Mi iscriverò in palestra ed inizierò a coltivarlo. Magari, un'alimentazione più varia potrebbe essere un'altra buona idea.

-Leggi e coltiva la mente. Non ho tanto tempo. Quando lavoro mi stanco e non ho voglia di impegnare il cervello. Nel fine settimana ho solo voglia di rilassarmi e divertirmi. Tuttavia, un libro è sempre un ottimo passatempo e aiuta a sentirsi bene.

-Viaggia quanto più puoi e gira il mondo. L'unica risoluzione per la quale non mi ritrovo ad affrontare me stesso. L'unico grande ostacolo è rappresentato dal denaro.

Una rettifica è qui d'obbligo: non so quanto il termine "imparate" sia consono in questo contesto. Purtroppo per ora posso solo tenerle presenti. Quando inizierò ad applicarle potrò dire di essere in pace con me stesso. Intanto le ho scritte in modo da avere un monito e tenerle sempre presenti, nel caso in cui dovessi perdere la bussola.

domenica 15 settembre 2013

Paws up! Ma forse anche no

Ultimamente, una costante tematica che entra a far parte delle mie conversazioni è la mia ormai superata passione per Lady Gaga (o GaGa?).

Non sono mica lontani il 2010 e il 2011 quando, ai miei primi anni di università e nel muovere i miei primi passi nella frequentazione di vere e proprie discoteche, facevo del mio sfegatato supporto nei suoi confronti la mia bandiera, un vanto o persino una ragione di vita.

Con il senno di poi mi rendo conto di quanto un ragionamento del genere possa essere ascritto ai tipici comportamenti adolescenziali. E l'imbarazzo non è indifferente.
Dopo una breve pausa per presunti problemi di salute, la beniamina tanto amata dagli omosessuali è tornata con un nuovo album, un nuovo progetto non necessariamente particolare o innovativo, per quanto, a suo dire, qualunque cosa lei faccia potrebbe essere paragonato alle grandi rivoluzioni della storia. D'altronde, cosa apportano di diverso dall'Illuminismo francese le sue canzoni orecchiabili? Non mi sentirei mai di mettere in discussione tale verità assoluta.

Un amico mi ha raccontato di recente del suo incontro ravvicinato del terzo tipo con la popstar -per quanto veritiero o meno possa essere il suo racconto- riassumendolo con una semplice ma spassosa frase: "She was nice at me, but she was talking shit.".
Siamo tutti consapevoli di come la celebrità può dare alla testa spesso e volentieri, che sia per il potere del denaro, che sia per l'uso smisurato di droghe, che sia semplicemente per l'abilità innata dell'essere umano di perdere qualsiasi parvenza di umiltà in occasione del raggiungimento di un obiettivo agognato con ottimi -o anche semplicemente accettabili- risultati.

Resta comunque provato il fatto che, a prescindere dal taglio di nuovi traguardi, la ragazza non ha più quell'aura di novità che poteva trasmetterci fino a quattro o cinque anni fa, bensì ormai ha attaccata a sé quella patina di stantio che attribuiscono i pseudo-conflitti e provocazioni reciproche tra lei e le sue colleghe "bitch".

Con tutto ciò, non intendo assolutamente rinnegare il mio passato da Little Monster, quando anche io trascorrevo un buon numero di minuti giornalieri a provare e riprovare le coreografie delle mie canzoni preferite davanti allo schermo di un computer per poi "allietare" i miei amici riproducendole in discoteca. Semplicemente si tratta di una di quelle tante pagine che, durante la nostra vita, giriamo e teniamo più o meno nascoste nel nostro armadio assieme agli altri scheletri.

Checché se ne dica, negherò mai che, ancora oggi, l'acuto "I don't wanna be friends" verso la fine di Bad Romance è ancora una delle cause della mia afonia la domenica mattina.

lunedì 2 settembre 2013

Solitudine forzata

Un abbozzo di riflessione della domenica pomeriggio/sera/notte che ho deciso di condividere coi miei fantomatici lettori.
A seguito di un fine settimana di devasto e festeggiamenti, dopo aver finalmente trovato il mio posto in città, nonché uno scopo concreto per il quale svegliarmi tutte le mattine, arriva quella giornata durante la quale si tirano le somme della settimana e il male di vivere ci sovrasta e decide di appollaiarsi sulle nostre spalle -o teste, nel caso in cui si sia alzato il gomito la notte prima- come i pappagalli sui trespoli: la domenica.

Tra una chiacchiera e l'altra, rigorosamente per via telematica, perché non ho alcuna voglia né forza di schiodarmi dalla mia camera da letto, si giunge improvvisamente ad un discorso che parrebbe impegnato: gli scopi della vita.
Ok, forse metterla in questo modo è un po' troppo generico, la discussione verteva principalmente sulla condivisione della propria vita assieme ad un'altra persona.

Qualcuno una volta mi disse che veniamo cresciuti con la convinzione che noi esseri umani affrontiamo gli ostacoli quotidiani con maggiore difficoltà se siamo lasciati a noi stessi e dobbiamo farlo da soli. La stessa persona ha poi aggiunto che niente sarebbe più sbagliato dell'affermazione precedente, in quanto siamo perfettamente capaci, il problema concreto è che la nostra forma mentis non sembra consentircelo.

Mi sono così ritrovato più di una volta a riflettere su questo concetto e su altri aspetti in ordine sparso. In generale mi ritrovo a condividere quanto affermato dalla persona citata in precedenza. E' anche vero, però, che si tratta di un'ideologia talmente complessa e radicata, che vedo completamente inutile, se non deleterio, opporvisi. Vi è inoltre da aggiungere che, nonostante in generale la reputi scorretta, io pensi sia da contrastare. Non ci trovo niente di moralmente sbagliato nel voler affrontare il lungo percorso che si snoda davanti a noi scegliendosi una persona che ci faccia compagnia e che renda le fatiche più leggere.

Quello che mi limito a fare, nella mia paranoia -quando questa non sfocia in vero e proprio terrore della solitudine- è tenermi una porticina aperta verso questa filosofia, se così la possiamo definire, in modo che, se qualcosa dovesse andare storto e io dovessi ritrovarmi solo con me, myself and I, possa essere preparato ad affrontare quello che per tanti, e probabilmente anche per il sottoscritto, è una fobia vera e propria.

Pessimismo? Per farla semplice mi limito a definirlo un "pararsi il culo":

sabato 24 agosto 2013

Il Big Ben e la pioggia

Non riesco proprio ad essere costante nel tenere questo blog aggiornato, eh? Eppure giuro, ci tengo! Il problema maggiore è che ho bisogno di tempo per riflettere su cosa buttar giù e come impostarlo, quindi, nonostante io abbia svariate pause e momenti di vuoto durante la giornata, non sono mai sufficienti. Oppure mi ritrovo ad essere troppo stanco per riflettere e per comporre qualcosa di sensato.

Dopo le consuete pietose giustificazioni, ritengo sia il caso di fare un resoconto del mese e mezzo trascorso dall'ultima volta che mi son trovato a pubblicare un articolo. Avevo lasciato abbastanza sottinteso che un cambiamento si avvicinava, pur senza specificare di cosa esattamente si trattasse. Il mio intento non era quello di risultare misterioso o pseudo-interessante, bensì ritenevo che forse, per scaramanzia, sarebbe stato meglio tenere nascosti al web i miei progetti.
Ora sono qui, nella capitale del Regno Unito, a tentare la fortuna, dopo tanti altri migliori o peggiori che fossero. Non pretendo di trovare subito la strada che mi sono prefissato tanto tempo fa, mi basta semplicemente che funzioni come una buona esperienza per poter acquisire gli strumenti per poi poter intraprendere la mia via.

L'inizio non è mai proprio facilissimo e, dopo tre settimane e mezzo sono ancora in fase di assestamento, ma non mi ritengo una persona arrendevole né facile da piegare, l'ambizione non mi è mai mancata, dunque eccomi qua a cercare di sbarcare il lunario.
Certe volte ci si ritrova a camminare in mezzo al diluvio e con il vento avverso, ma è bene farsi forza anche quando si è lasciato l'ombrello a casa. E' solo questione di tempo prima di raggiungere il riparo più vicino in cui asciugarsi. E poi, da sotto il Big Ben la pioggia può anche risultare apprezzabile poiché crea la perfetta atmosfera.

mercoledì 24 aprile 2013

"Pissicologia"

E' un po' che non scrivo. Mi pento e mi dolgo per la mia assenza dal blog, ma per impegni vari e, lo ammetto con dispiacere, per mancanza di voglia di scrivere l'ho trascurato parecchio.

Che succede?
Direi niente di significativo. Dopo delle vacanze di Pasqua rilassanti sono tornato tra le nebbie padane a rintanarmi in attesa dell'estate cercando di ottenere il tanto agognato titolo che si avvicina, a piccoli passi, ma si avvicina.

In realtà non avevo tanta voglia di scrivere neanche oggi, finché, per caso, la settimana scorsa sono capitato in un blog che seguo e ho letto qualcosa che dapprima mi ha lasciato interdetto, successivamente mi ha riempito d'orgoglio. Evidentemente non sono un disastro irreparabile e qualcosa di positivo mi capita di farlo. Una volta ogni tanto.
Si dà il caso che ultimamente abbia scoperto un mio lato particolarmente portato per quella che, nel linguaggio comune, si definirebbe "psicologia", ma che nella realtà non ha niente a che vedere con la scienza omonima; si tratta piuttosto di un talento che ritengo di avere sempre avuto, ma che probabilmente non ho mai sfruttato adeguatamente per scopi di carattere "nobile".
Nonostante pochi cedimenti d'altronde posso orgogliosamente definirmi una persona dalle idee chiare, di sapere sempre ciò che voglio e di perseguirlo in modo complessivamente coerente. Sono perfettamente consapevole, nonostante ciò, del fatto che le personalità non sono tutte uguali, ognuno possiede la sua propria accozzaglia di pregi e difetti, può esserne fiero o meno, cercare di cambiarla o conservarla così com'è; dunque conosco una buona quantità di persone che non possiedono la mia stessa forma mentis -il mondo è bello perché è vario, lungi da me sostenere che la mia sia in qualche modo migliore di un'altra- e possono non presentare la stessa decisione ed ambizione quando le strade si biforcano. Sono questi i casi in cui abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci consigli, astraendosi dalla situazione, nel caso in cui non sia già esterno ad essa per natura, e ci offra freddamente la propria opinione e i propri consigli in merito.

Si tratta di ciò che, ultimamente, tre persone mi hanno chiesto di fare in merito a tre situazioni totalmente diverse l'una dall'altra. Personalmente non pretendo di avere una visione oggettiva e totalmente condivisibile, in quanto ritengo non ne esista una, semplicemente mi sono ritrovato a consigliarli in base a come avrei agito io (o avrei voluto agire) in una situazione simile, tenendo anche conto di tutti gli ostacoli, delle loro opinioni ed esperienze in merito.

Probabilmente, al loro posto sarei stato felice di seguire i miei consigli vista la mia straordinaria abilità, riconosciuta col senno di poi, di fornirli. Peccato che, per la mia ancor più eccezionale prerogativa del predicare bene, ma razzolare male, sono il primo detrattore degli stessi, in quanto non sufficientemente coraggioso da metterli in atto.
A dispetto della mia riconosciuta incapacità, sono comunque orgoglioso di aver svolto un servizio utile per chi sarà in grado di trarne beneficio.

martedì 8 gennaio 2013

Duemilacredici

La profezia dei Maya si è rivelata un'enorme bufala. Maledizione per alcuni, sollievo non realmente sentito per altri. Un ipotetico dio o chi per lui avrebbe potuto cogliere la palla al balzo per liberarsi di quelle persone che occupano il pianeta solo perché c'è posto, invece si è dimostrato inconcludente e apatico come sempre.
Che vogliamo farci? La vita continua, con o senza il nostro appoggio, il sole continua a sorgere, fuggendo poi alla luna che lo cerca senza mai trovarlo e poi, dopo un certo tot di ore, si stanca di aspettarlo e torna a dormire, lasciandogli campo libero.

Personificazioni alienanti e vaneggi post-vacanze a parte, non sono ancora entrato nell'ottica del nuovo anno o, che nel mio caso è un sinonimo decisamente più appropriato, della sessione d'esami invernali.
Dopo 20 giorni esatti spartiti tra mangiate, rimpatriate e visite ai familiari di ogni grado e ramo dell'albero genealogico ci si sente piacevolmente satolli e assonnati, come dopo un lungo, copioso e squisito pasto -tanto per restare in tema cibo, come se non ne avessi visto abbastanza durante le vacanze. Potrete dunque immaginare, miei evanescenti lettori, che abbia fatto poco e niente di universitario, diciamo giusto un minimo: quanto l'energia dei miei sensi di colpa mi consentiva, il che non superava mai i 40 minuti consecutivi.

Tralasciando la mia carriera universitaria, di cui i miei genitori sono i fan numero uno poiché il suo successo è inversamente proporzionale al tempo richiesto per la mia indipendenza economica -e come biasimarli, ahimè!-, parliamo dei nuovi 365 giorni appena cominciati. In realtà sono 358 adesso, ma non volevo essere pignolo.
Il duemilaecredici ...ehm! ...tredici, è iniziato nel modo più banale concepibile dalla mente umana: il mio consueto Capodanno a Cagliari dai miei amati ed estremamente distanti amici che sono sempre un'iniezione di vita (Luv ya) e che mi assicurano un principio con il piede giusto e il sorriso sulle labbra, mi riforniscono di pettegolezzi e mi danno lo spunto per cercarne di nuovi da condividere con loro.
Non ho formulato buoni propositi stavolta, o perlomeno non di diversi dai soliti: una bella limatina graduale, non troppo severa, ai miei difetti, mantenere strette le persone degne, avvicinare quelle che tali si dimostrano, allontanare chi non merita o chi, bando all'ipocrisia, non è oggetto della mia attenzione. Oh, già, e laurearmi, cosa gradita e sulla quale non mi permetterei mai di sputare sopra: coinciderebbe con il mio addio all'odiata Treviso, non riesco a pensare a niente di più esaltante!

Le priorità sono ben definite, le cose iniziate verranno, se tutto va bene, concluse, la coerenza e la razionalità saranno le mie guide irrinunciabili per raggiungere il traguardo del non sentirmi particolarmente idiota alla fine dei tempi.
L'abbandono di questo blog è da dichiararsi "persona non grata" in queste terre, come potrei altrimenti informare sulle mie mirabolanti (dis)avventure? Non scherziamo.

martedì 13 novembre 2012

Getting older



Uno in più si aggiunge al conteggio. Lo scorrere del tempo si fa sempre più rapido alla percezione, che sia un sintomo di maturità e saggezza? Per quanto io apprezzi questa prospettiva, il rapporto guadagni-perdite mi porta a ragionarci su per qualche minuto prima di prendere la decisione finale su quale, tra i due periodi dell'adolescenza e della giovinezza, sia il migliore. Si pensa spesso, ed erroneamente, che l'adolescenza non comporti nessun tipo di responsabilità e nessun fardello da trasportare; che ne è di tutta quella miriade di discorsi sull'accettazione del proprio corpo e, più in generale, di ciò che si è, in modo da non dover indossare una maschera? La lotta interiore comincia proprio nel periodo adolescenziale, ma non trova sempre in quello la sua fine, basti pensare a quelle persone che sperimentano un conflitto con se stesse per tutta la durata della loro vita. Allora forse la domanda giusta da farsi è: vi è un vero e proprio confine tra le fasi della vita?
La compenetrazione e la miscela tra i capitoli della vita è onnipresente: una delle frasi che mi capita di dire più spesso è "Sono un Peter Pan" poiché, nonostante sia cosciente delle mutazioni nel mio modo di pensare, di vedere le cose e delle mie principali mansioni, alcuni dei miei gusti restano invariati e, quando ho bisogno di pensare in modo semplice e quasi ingenuo, so sempre di poter contare sugli arrugginiti meccanismi infantili del mio organo cerebrale.
Tutto sommato, la data del proprio compleanno è uno di quei giorni all'anno in cui ci si può sentire importanti senza dover faticare come dannati e conseguire qualcosa per essere acclamati. Rime involontarie e cacofoniche a parte, se non si è troppo timidi è sempre un piacere ritrovarsi al centro di un gruppo di amici che si accalcano per avere la loro fetta di guancia da spupazzare, per cantare gracchiando "Tanti auguri a te" perché tanto in coro suona meno stonata e per poter mettere la propria parte di soldi ed omaggiare la tua vecchiaia con un pensierino congiunto. I genitori, una volta tanto, cessano di essere pesanti, intorno a te ci sono solo sorrisi e, a patto che tu ne abbia alcuni, abbandoni tutti i pensieri tristi finché la compagnia non manca.
Non piangerò lacrime virtuali giustificate dal rimpianto di un'età trascorsa che avrei potuto sfruttare meglio di quanto non abbia fatto; non rientra nella mia filosofia il fatto di perdere il tempo a disperarmi sull'ormai rancido latte versato. Piuttosto sceglierei di rimboccarmi le maniche ed affrontare il cammino che mi aspetta con qualche ruga in più senza preoccuparmene: la ragnatela è ancora fuori dalla mia portata per fortuna.
Magari suonerà come aria fritta o come una frase pseudopoetica battuta sul portatile di un aspirante blogger sfigato, però ci si rende conto, passo dopo passo, che il regalo più bello ed utile insieme è quello del tempo. La maturità prepara ad affrontare nel modo migliore le sfide e le pugnalate alle spalle della vita, combattendo e prevenendo la nostra impotenza a partire da quando siamo una semplice tabula rasa, creature indifese che, istintivamente, intuiscono già che dovranno combattere ogni momento per ottenere, se non quello che vogliono, almeno il minimo indispensabile per non soccombere.
E' incredibile la mia capacità di divagare trasformando un post riguardante l'invecchiamento in un documentario di Super Quark, questa capacità non era certamente un regalo omaggio per i 23 anni.

sabato 11 agosto 2012

Sourire

Lavorare alla reception è una mansione non troppo difficile che, secondo le varie angolature, può riscoprirsi tanto interessante; le conoscenze informatiche e un uso attento dei programmi amministrativi che, per dispetto, continuano a disconnettersi ogni trenta minuti, sono fondamentali e, sfortunatamente, coincidono con la parte più noiosa e ripetitiva, ma il bagaglio umano e linguistico che può sorgere da tutto ciò che è complementare alla parte burocratica, se spolverato con la giusta dose di creatività, può diventare davvero enorme.
Decine di persone varcano ogni giorno quella porta a vetri, impiegando dai 20 ai 30 secondi in media per capire come aprirla, mentre io mi sbraccio per cercare di aiutarli a comprendere prima che suonino quel maledetto ed irritante campanello che mi innervosisce incredibilmente, il tutto finché alzarmi ed andare di persona ad aprire la porta resta l'unica soluzione.

La parte che segue è una di quelle più interessanti e, a seconda dell'umore, difficili: richiede enormi capacità di sforzo nello stirare i muscoli del viso e dipingerci su un sorriso; per quanto il cliente sia esigente, scorbutico, irritante o maleducato, bisogna essere capaci di mostrargli/le quanti più denti possibili e tanta sincerità attraverso gli occhi per tutto il tempo che il suddetto trascorre in reception anche a chiederci consigli  in merito a un'unghia spezzata.

Personalmente mi considero alquanto classista: normalmente gli asiatici sono i più tranquilli e, per quanto possano risultare pesanti sommergendo il malcapitato di richieste, trasmettono simpatia e tanta tenerezza, con le loro facce gonfie e con i sorrisi sinceri, mentre fanno del loro meglio per esprimersi in un inglese comprensibile, raramente hanno lamentele da sottomettere e, quando si sentono in dovere di complimentarsi o di ringraziare, lo fanno senza limiti. E' per questo motivo che, normalmente, i sorrisi più sinceri sono riservati a loro.
Il mio patriottismo è stato invece prosciugato dalle desertiche temperature granadine: mi ritrovo costantemente a partire prevenuto nei confronti degli italiani; mi "cagiona" vergogna il modo di porsi della maggior parte di loro, privi di qualsivoglia competenza linguistica, che pretendono di comunicare esclusivamente nella loro lingua, richiedendo implicitamente a chiunque lavori in quel momento uno sforzo maggiore per cercare di comunicare con loro.
Simile, benché non stesso, ragionamento è da farsi con gli anglofoni; è sorprendente come una minuscola percentuale tenti il tutto e per tutto comunicando nella lingua del posto, ma si tratta di uno 0,2%.
La stragrande maggioranza della categoria prende posizione e decide di non sforzarsi nemmeno nei saluti e/o nei ringraziamenti, dovuto probabilmente a quello sciovinismo imperante che sembrano che acquisiscano sin da piccoli tramite impianto di un chip nell'apposita zona del cervello. Normalmente la categoria più aperta sono gli australiani, sebbene molti americani "easygoing" si lascino andare altrettanto facilmente.

Il guaio si presenta quando le otto ore di turno in reception sono contrassegnate da un malumore costante, causato da una brutta giornata, una brutta notizia o, semplicemente, un risveglio con il piede sbagliato: a momenti qualche espressione scortese sfugge, qualche tono un po' più secco risuona, qualche sorriso risulta più falso del solito o non viene proprio fuori. Se a tutto ciò si aggiunge la telefonata del capo che, pur non avendo la minima idea del lavoro in reception, non avendolo mai sperimentato poiché passata rapidamente e misteriosamente da donna delle pulizie a direttrice (presumibilmente mediante apertura gambale), si sente in dovere di dare la sua decina di ordini quotidiani e di rimproverare senza una vera motivazione.

Qua le difficoltà nel non subire attimi di stress crescono, ma aiutano anche a reggere una pressione che forgia e, chissà, alla fine del turno, può essere gratificante, come riuscire a spiegare una mappa della città in un francese relativamente fluente senza commettere "trop de fautes".

mercoledì 2 maggio 2012

All good things come to an end

Esiste un pensiero che spesso mi perseguita, lo fa da un paio d'anni a questa parte e continuerà a farlo ancora per un po', almeno finché non mi abituerò e diventerà davvero una routine: tutte le cose belle prima o poi giungono ad una fine; verità assoluta, sfido chiunque a contraddirla. Mi stranisce quasi che nessuno abbia ancora avanzato proposte per eliminare la fraseologia "per sempre" dalla faccia dei vocabolari e delle grammatiche, poi soffermandomici ricordo anche che, effettivamente, anche altre parole quali "dio", "magia" o "genuino" vantano un'esistenza lunga e indiscutibile che si protrarrà ancora, per quanto indichino realtà inesistenti ed irrealizzabili.

No, aspettate! Non chiudete ancora la pagina! Prometto che cercherò di impostare questa nota in modo da evitare il solito taglio depressivo e suicida che, anche involontariamente, contraddistingue la stragrande maggioranza di ciò che scrivo per diletto.

E' vero, non è mica una novità, tutti ne siamo consapevoli, anche indirettamente, sin dal momento della nostra nascita. Sappiamo che la piacevole e calda poppata finirà; evitiamo di ricordare che il pomeriggio passato a giocare con i nostri amici dura solo poche ore, e così via per qualunque cosa. E' parte delle cose della vita, e come tali siamo chiamati ad accettarle senza possibilità di cambiamento, è come un contratto vincolante che siamo stati chiamati a firmare senza leggere i cavilli e le clausole scritti a caratteri microscopici.
In sé è un male, ma nelle mie infinite (e sostanzialmente inutili) riflessioni, in quei momenti in cui non ho niente di meglio da fare, con una canzone potenzialmente capace di farmi rabbrividire, attimi in cui mi sento profondo almeno quanto la Fossa delle Marianne (stesso identico sentore che mi pervade quando scrivo di getto in questo blog), arrivo anche alla conclusione, forse più per auto-convincimento paliativo che per altro, che è proprio la loro fine predestinata a renderle così saporite, piacevoli, soddisfacenti e degne di essere vissute.
Mi sbaglio? Questione di punti di vista. Condivisibile o meno che sia, cerco di immedesimarmi in un mondo nel quale tutto ciò che è più bello per noi ha una durata illimitata.
La reazione più spontanea a tutto ciò sarebbe un banalissimo: "Che noia!"; siccome, però, io sono un ragazzo colto, riflessivo e tanto creativo, decido immediatamente di ampliarla formulando il seguente "postulato": gli esseri umani hanno un'insita capacità di adattamento alle situazioni nelle quali vivono, la cui durata varia da individuo a individuo, che conduce ad una monotonia stagnante. In parole povere, non sappiamo accontentarci, ed inizieremmo immediatamente a lamentarci.
Paradossalmente, se potessimo scegliere, opteremmo per l'infelicità, se non altro è in essa che sta racchiuso il piacere, seppur fugace.