Un abbozzo di riflessione della domenica pomeriggio/sera/notte che ho deciso di condividere coi miei fantomatici lettori.
A seguito di un fine settimana di devasto e festeggiamenti, dopo aver finalmente trovato il mio posto in città, nonché uno scopo concreto per il quale svegliarmi tutte le mattine, arriva quella giornata durante la quale si tirano le somme della settimana e il male di vivere ci sovrasta e decide di appollaiarsi sulle nostre spalle -o teste, nel caso in cui si sia alzato il gomito la notte prima- come i pappagalli sui trespoli: la domenica.
Tra una chiacchiera e l'altra, rigorosamente per via telematica, perché non ho alcuna voglia né forza di schiodarmi dalla mia camera da letto, si giunge improvvisamente ad un discorso che parrebbe impegnato: gli scopi della vita.
Ok, forse metterla in questo modo è un po' troppo generico, la discussione verteva principalmente sulla condivisione della propria vita assieme ad un'altra persona.
Qualcuno una volta mi disse che veniamo cresciuti con la convinzione che noi esseri umani affrontiamo gli ostacoli quotidiani con maggiore difficoltà se siamo lasciati a noi stessi e dobbiamo farlo da soli. La stessa persona ha poi aggiunto che niente sarebbe più sbagliato dell'affermazione precedente, in quanto siamo perfettamente capaci, il problema concreto è che la nostra forma mentis non sembra consentircelo.
Mi sono così ritrovato più di una volta a riflettere su questo concetto e su altri aspetti in ordine sparso. In generale mi ritrovo a condividere quanto affermato dalla persona citata in precedenza. E' anche vero, però, che si tratta di un'ideologia talmente complessa e radicata, che vedo completamente inutile, se non deleterio, opporvisi. Vi è inoltre da aggiungere che, nonostante in generale la reputi scorretta, io pensi sia da contrastare. Non ci trovo niente di moralmente sbagliato nel voler affrontare il lungo percorso che si snoda davanti a noi scegliendosi una persona che ci faccia compagnia e che renda le fatiche più leggere.
Quello che mi limito a fare, nella mia paranoia -quando questa non sfocia in vero e proprio terrore della solitudine- è tenermi una porticina aperta verso questa filosofia, se così la possiamo definire, in modo che, se qualcosa dovesse andare storto e io dovessi ritrovarmi solo con me, myself and I, possa essere preparato ad affrontare quello che per tanti, e probabilmente anche per il sottoscritto, è una fobia vera e propria.
Pessimismo? Per farla semplice mi limito a definirlo un "pararsi il culo":
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lunedì 2 settembre 2013
martedì 4 dicembre 2012
Translation studies
Una delle domande che ci vengono costantemente rivolte quando conosciamo una persona nuova è: "Di cosa ti occupi?"; non per forza con queste esatte parole, può essere in mille salse diverse, ma la risposta che mira a ricevere è sempre la stessa.
Replicare è semplice, nella stragrande maggioranza dei casi, almeno quanto dire il proprio nome, eppure io, non raramente, sperimento difficoltà. Finché ci si ferma al fatto che sono uno studente universitario non si pone nessun problema; è quasi certo, però, che il nostro interlocutore vorrà ricevere ulteriori informazioni al riguardo e, rincarando la dose, domanderà: "E cosa studi?". Arrivati a questo punto voi mi chiederete: "E qual è il problema?". Nessuno, rispondo io. Tuttavia, il mio cervello diventa improvvisamente iperattivo e, tra macchinazioni, sforzi e sbuffi, architetta il modo migliore per esprimere il concetto in maniera tanto completa quanto stringata poiché, si sa, nelle chiacchiere formali l'economia di parole è apprezzata e nessuno vede di buon'occhio chi si dilunga in soliloqui o si lancia in dissertazioni che non hanno niente da invidiare alla Treccani.
Tutto questo perché, amici miei, lettori e passanti, è bene ricordare e sottolineare sempre una distinzione alla quale tengo particolarmente: quella tra studenti di Lingue e Letterature Straniere e studenti di Traduzione e Interpretariato. Il nostro amato Bel Paese cancella spesso e volentieri questa differenza, ben marcata negli atenei dei suoi colleghi europei, tra le due discipline e facoltà, consentendo che solo quattro università contino sulla divisione: Trieste, Bologna/Forlì, Milano e Roma. Le ultime due mi vedo obbligato ad escluderle a priori, causa costi proibitivi che giustificano la separazione tra la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere e la Facoltà di Traduzione e Interpretazione o Scuola Superiore di Lingue Moderne per Traduttori e Interpreti, che dir si voglia.
Intendiamoci: non sono assolutamente intenzionato ad approfondire un'inutile critica che non condivido nemmeno, cerco semplicemente di far comprendere come mai ogni tanto spunta qualche problema.
È comunque una conseguenza di ciò il fatto che, quando rispondo alla domanda in modo proprio, tante persone non capiscano realmente quello che voglio dire; è così che mi ritrovo ad aggiungere: "La facoltà è quella di lingue, ma non faccio le stesse cose che si fanno nelle facoltà di lingue normali.", seccato e brusco. Evidentemente per l'interlocutore l'estensione esplicativa è sufficiente poiché si dimostra soddisfatto e passa alla successiva e prevedibilissima domanda: "E quali lingue studi?", probabilmente perché la sua attenzione si è concentrata sulla stringa "facoltà di lingue" e, in base a quelle tre paroline magiche crede di aver capito (finalmente) il succo di un discorso più complesso.
Fortunatamente, capita ogni tanto di incappare in addetti ai lavori o individui al corrente della differenza radicale. Questo tipo di persone solitamente acquista 10 punti in partenza nella forgiatura dell'opinione che avrò di loro.
Mi sembra doveroso dedicare almeno un post del mio blog all'argomento, dato che tutto ciò che correlo alla mia formazione occupa la stragrande maggioranza delle mie giornata.
In parole molto povere: lo studente di Lingue e Letterature Straniere -propriamente dette, il che esclude qualsiasi corso interfacoltà- ha come ambito di studio la linguistica, la letteratura e la filologia, in proporzioni diverse a seconda dello specifico corso di laurea che frequenta; lo studente di Traduzione e Interpretazione, invece, vive di mediazione linguistica, scritta e/o orale, impara tutte le tecniche, la teoria e la pratica della trasmissione di messaggi da una lingua all'altra, mirando alla fedeltà, alla correttezza grammaticale e stilistica della lingua verso la quale lavora, alla velocità e all'efficienza. Si tratta dunque del ramo più concreto, in contrasto con la forte impronta teorica degli studi filologici, letterari o linguistici propriamente detti, nonché, secondo la mia modesta opinione, il più difficile e gratificante.
Sarebbe inoltre da sviscerare la differenza di base tra la traduzione e l'interpretazione, poiché molti conosceranno sicuramente meglio quest'ultima parola se associata al campo della recitazione o della musica.
In modo molto sommario: entrambe le discipline mirano al trasferimento di un messaggio da una lingua all'altra, mentre però la traduzione è prettamente scritta, l'interpretazione è orale; le due richiederanno quindi competenze e tecniche totalmente distinte, pur condividendo tanti fattori.
La Traduzione:
La traduzione abbraccia una grande quantità di generi e settori, ma si tende normalmente a distinguere tra la branca letteraria e quella specialistica (che comprende una vastità di generi come quello politico, turistico, economico, giuridico, medico, dei mezzi di comunicazione e così via), che, a loro volta, necessitano differenti approcci e metodi per essere svolte al meglio.
L'Interpretazione:
Nicole Kidman qua sopra, in uno dei suoi film più famosi tra gli addetti ai lavori, indossa i panni della figura piuttosto popolare dell'interprete che entra in cabina, indossa un paio di enormi cuffie e, come una macchinetta traduce in simultanea con uno scarto quasi irrisorio rispetto all'oratore. La simultanea è dunque un tipo di interpretazione. Vi sono inoltre la consecutiva, nella quale la resa avviene dopo la conclusione del discorso, durante il quale l'interprete si è dedicato esclusivamente ad una presa d'appunti molto complicata, rapida e sommaria, sulla quale dovrà appoggiarsi nel riportare il maggior numero possibile di dettagli; la trattativa interessa solitamente i botta e risposta o discorsi di durata molto breve tra due o pochi più interlocutori, la cui resa dev'essere dunque immediata. In questi casi, per risparmiare ulteriormente tempo, si può ricorrere anche allo chouchoutage, dal francese "sussurrato", che non è altro che una simultanea "bisbigliata" all'orecchio dell'interlocutore di chi parla in quel momento.
Nella semplicità (forse eccessivamente prolissa) della mia spiegazione spero di non aver annoiato i miei soliti lettori fantasmi; chiedo scusa, ma è una specificazione estremamente significativa per il vostro blogger preferito; no, non quello del blog accanto, intendevo il sottoscritto!
Luv ya!
Nella semplicità (forse eccessivamente prolissa) della mia spiegazione spero di non aver annoiato i miei soliti lettori fantasmi; chiedo scusa, ma è una specificazione estremamente significativa per il vostro blogger preferito; no, non quello del blog accanto, intendevo il sottoscritto!
Luv ya!
mercoledì 21 novembre 2012
Www.dipendenz@deleteria.com
La tecnologia è una delle più grandi innovazioni che, da sempre, caratterizzano l'umanità. Grazie ad essa qualsiasi azione diventa più veloce, ciò che è difficile diventa incredibilmente facile e le persone lontane diventano incredibilmente vicine. Nel retroscena di ogni gesto quotidiano che compiamo noi in prima persona, e che sembra così facile, c'è in realtà tutto un mondo sorprendentemente complicato che è meglio delegare agli specialisti del settore. L'apparecchio tecnologico è, infatti, di utilità limitata se preso in considerazione singolarmente, basti pensare ad un computer senza connessione ad internet che, nonostante ci dia la possibilità di compiere un discreto numero di azioni, non dà il lasciapassare necessario a mille altre che invece, il mondo del web consentirebbe.
Internet è diventato qualcosa di pressoché indispensabile alla vita di tutti i giorni, la necessità di poter navigare online è, inoltre, inversamente proporzionale all'età anagrafica. Il mondo della carta scompare lentamente: la deforestazione è fuori moda ormai, fa chic risparmiare la vita degli alberi per potersi arrogare il titolo di "Ambientalista del minuto" preferendo un file di Word piuttosto che dieci pagine pinzate di protocolli timbrati.
All'università, per comodità di entrambe le parti -professori e docenti- qualsiasi comunicazione e, anche se a ritmo più lento, i testi e le dispense si convertono in formato ebook, con conseguente risparmio di tempo e denaro. Da sviscerare è, invece, la questione burocrazia che, nonostante venga notevolmente snellita ed agevolata dalla comunicazione informatica, resta una delle inevitabili piaghe della nazione italiana.
Entrando nel frivolo e superficiale, internet si trasforma nel peggior nemico della televisione che, pian piano diventa un semplice soprammobile da accendere durante frazioni sempre più ristrette della giornata. Ciò avviene vista la crescente quantità di materiali e funzioni che un tempo erano di proprietà di altri strumenti elettronici, mentre adesso vengono condivisi dal maligno oggetto squadrato, fisso o portatile che sia, al quale i dispositivi a lui imparentati guardano con crescente invidia. In questo caso è semplicissimo menzionare semplicemente la possibilità di assistere ai programmi delle emittenti televisive nei loro omologhi canali online: mai comodità fu più condivisa!
Sembra il paradiso, giusto? Effettivamente lo è, parola del sottoscritto, nonché uno dei maggiori webdipendenti sulla faccia del pianeta. Nessuna medaglia, però, è mai stata forgiata solo con una faccia, dunque all'altro lato del paradiso, può esserci, almeno per la parte del mondo che ancora oggi si considera relativamente ricca, il peggiore degli inferni. La seguente immagine ha lo scopo di esplicare ciò a cui mi riferisco:
Cosa succede quando manca la connessione? Non ho la pretesa di generalizzare anche in questo senso: lungi da me! Le reazioni sono così molteplici e variegate che un blog intero non sarebbe sufficiente per enumerarle tutte. Mi limiterò, dunque, a descrivere il mio personale riflesso condizionato alla perdita della possibilità di avere accesso al web o, come sarebbe altrettanto corretto dire, di restare in contatto con il resto del mondo.
Non esiste quasi niente, che implichi la tecnologia, che io non faccia tramite la rete, a cominciare da tutto ciò che concerne l'università: libretto elettronico, comunicazioni dei docenti, slide e dispense, iscrizioni agli esami, email per ulteriori informazioni ecc. Nessuno studente universitario può prescindere dal computer almeno in minima parte.
E' ancora più difficile farne a meno per coloro che, insieme al pane quotidiano, si nutrono di lingue straniere; esclusa l'opzione "estero", internet è l'unico o, comunque, migliore strumento per fare pratica e tenerle vive ogni giorno, cosa indispensabile in caso si sia interessati al raggiungimento di livelli molto alti.
Gran parte dei miei amici vive a vari chilometri di distanza da me, i miei genitori, anche. Chiamatemi sentimentale, ma considero essenziale mantenermi in contatto con loro, se non tutti i giorni, almeno svariate volte durante il corso della settimana. Un tempo le offerte delle compagnie di telefonia mobile elargivano generose concessioni ai loro fedeli clienti in cambio di somme esigue in denaro; oggi, non funziona più così o, comunque, tutto questo non basta più. Ecco che internet, sempre e comunque, tramite Skype, Windows Live Messenger, Facebook, Twitter, Whatsapp (nel caso dei cellulari) e compagnia cantante, offrono soluzioni alla portata di tutti e piuttosto efficienti.
Da un po' di tempo a questa parte, inoltre, sento l'impellente necessità di tenermi informato ed avere almeno una vaga idea di ciò che succede intorno a me; ancora una volta è il web a venire in mio soccorso, dandomi la possibilità di consultare i quotidiani e guardare i telegiornali su quella fantastica invenzione che è internet.
Fino a qui non ho detto niente di nuovo, mi sono semplicemente limitato ad elencare i motivi per i quali, per me, una connessione è così fondamentale. Era però indispensabile per far capire ai miei inesistenti lettori perché l'effetto della sua assenza sia, in me, così devastante.
Inizia la fase nervosismo, della durata, generalmente, di pochi secondi e legata al mancato caricamento delle pagine web come campanello d'allarme che precede l'arrivo dell'imminente catastrofe.
Ad essa, segue sempre una prima forma di disperazione, caratterizzata da braccia che perdono stabilità e tendono a penzolare nel vuoto accanto alla sedia con i movimenti scanditi da sbuffi e sospiri seccati.
La seconda forma di disperazione, anche detta "disperazione vera e propria, inizia ad essere più pesantuccia: divento incapace di stare seduto ed inizio nervosamente a gironzolare per le stanze della casa, pregando inconsciamente e stando bene attento ad evitare di imprecare ad alta voce per non farla arrabbiare, convincerla di aver ricevuto la giusta punizione e spingerla a tornare quanto prima.
Il caos sopraggiunge quando tutto sembra perduto: la connessione ad internet non accenna a voler tornare e la disperazione ha raggiunto il suo apice. Inizio a considerare le opzioni più disparate: tra queste vi è quella di andare a piangere dai vicini pregandoli di fornirmi la password della loro wireless, valutare le offerte migliori per le chiavette, trasferirsi a tempo pieno in una wifi zone, sbattere ripetutamente la testa al muro per fare pietà a Dio, Buddha, Allah, Jahvè, Shiva, Zeus e Rah insieme, affacciarmi alla finestra e gridare come un ossesso: "Torna a casa Lassie".
Dopo un lasso di tempo variabile, che io ritengo TROPPO LUNGO perché incapace di definirlo altrimenti, ella ricompare, discretamente e silenziosamente, quasi senza farsi notare. Ed è così che torna la calma dopo la tempesta e la vita torna al suo ritmo di sempre, asciugo le lacrime e vado avanti, fiero di me, poiché sono uscito ancora una volta indenne da un'astinenza deleteria.
No, non preoccupatevi, non sono così dipendente come sembro, lo sono ancora di più.
sabato 17 novembre 2012
Belt it out!
Stai per uscire di casa, hai preso le chiavi, il cellulare, il portafogli contenente parte dei documenti, i fazzoletti che, in questi giorni di raffreddore, consumi in quantità industriali, indossi la giacca, la sciarpa leggera -non fa ancora freddo- ed esci. Hai fatto in tempo a chiudere la porta a chiave -si sa, alla sorte piace ironizzare- e ti sei accorto che qualcosa manca, le orecchie sopportano troppo poco peso perché sia normale. E' in quel momento che ti schiaffi una sberla in fronte -altrimenti non ci si sente abbastanza protagonisti di un film-, dai le due-tre mandate al contrario sbuffando e ti fiondi alla ricerca del tuo bambino, il lettore mp3/iPod/walkman/lettore cd dimenticato, assicurando le cuffie alle orecchie così saldamente e con tanta solerzia che se avessi impiegato Saratoga ilsiliconesigillante non si sarebbe notata la differenza.
Riesci ad uscire, finalmente, all'aria aperta: per un tempo variabile dai 3 ai 75 secondi sei totalmente isolato dal resto del mondo mentre scegli la canzone più appropriata secondo diversi parametri che concorrono tra loro nella ricerca del brano che calzi a pennello la situazione attuale; alcuni di questi sono: l'umore, lo stato d'animo, il gusto personale, la velocità della camminata e il grado di sfida con cui caricare lo sguardo che ci si sente in dovere di lanciare ai passanti.
Dopo duri momenti di lotta interiore in grado di sfiancare anche gli animi più provati, decidi di abbandonare la pigrizia di un ozioso pomeriggio e pulire quello schifo che continui a chiamare, impropriamente, appartamento. Se camminassi per casa con un paio di trampoli, questi sarebbero probabilmente inghiottiti dai metri di polvere depositatisi dappertutto. Non ti entusiasma l'idea di pulire in un'atmosfera silenziosa: ti intimorisce e non vuoi saltare al primo rumore. Come puoi privarti della colonna sonora giusta che ti dia la carica e lo spirito per tirar fuori la massaia che c'è in te? Prendiamo esempio da uno dei più grandi artisti della storia: Freddie Mercury; non era forse lui che, nel videoclip di "I Want To Break Free" impersonava una bella massaia, con tanto di baffoni, intenta a pulire la casa e, contemporaneamente, a dare fiato ai polmoni? E allora, immaginiamoci anche noi tante belle massaie più o meno mascoline, con o senza baffoni, e sculettiamo allegramente per casa, alzando la gambetta a guisa d'arabesque mentre spolveriamo la mensola più alta della libreria! Personalmente, se ho le mie canzoni preferite ad accompagnarmi, trovo divertente e stimolante sfregare il water!
Prima di andare a dormire, dopo un litigio, una bella notizia, una rottura, un film, al risveglio, in preparazione ad una serata movimentata, o ad una tranquilla, è sempre l'ora dei Sofficini... no, di una playlist di brani scelti a pennello per l'occasione che creino quell'effetto che io ho battezzato "P!nk", ossia che funzionino come carburante in caso di buonumore, o come antidoto alla disperazione nera. Le pene dei vicini che devono avere a che fare con i miei acuti, spaventosamente simili al rumore delle unghie sfregate contro una lavagna, sono dettagli di estremamente poca importanza.
Dopo duri momenti di lotta interiore in grado di sfiancare anche gli animi più provati, decidi di abbandonare la pigrizia di un ozioso pomeriggio e pulire quello schifo che continui a chiamare, impropriamente, appartamento. Se camminassi per casa con un paio di trampoli, questi sarebbero probabilmente inghiottiti dai metri di polvere depositatisi dappertutto. Non ti entusiasma l'idea di pulire in un'atmosfera silenziosa: ti intimorisce e non vuoi saltare al primo rumore. Come puoi privarti della colonna sonora giusta che ti dia la carica e lo spirito per tirar fuori la massaia che c'è in te? Prendiamo esempio da uno dei più grandi artisti della storia: Freddie Mercury; non era forse lui che, nel videoclip di "I Want To Break Free" impersonava una bella massaia, con tanto di baffoni, intenta a pulire la casa e, contemporaneamente, a dare fiato ai polmoni? E allora, immaginiamoci anche noi tante belle massaie più o meno mascoline, con o senza baffoni, e sculettiamo allegramente per casa, alzando la gambetta a guisa d'arabesque mentre spolveriamo la mensola più alta della libreria! Personalmente, se ho le mie canzoni preferite ad accompagnarmi, trovo divertente e stimolante sfregare il water!
Prima di andare a dormire, dopo un litigio, una bella notizia, una rottura, un film, al risveglio, in preparazione ad una serata movimentata, o ad una tranquilla, è sempre l'ora dei Sofficini... no, di una playlist di brani scelti a pennello per l'occasione che creino quell'effetto che io ho battezzato "P!nk", ossia che funzionino come carburante in caso di buonumore, o come antidoto alla disperazione nera. Le pene dei vicini che devono avere a che fare con i miei acuti, spaventosamente simili al rumore delle unghie sfregate contro una lavagna, sono dettagli di estremamente poca importanza.
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