E' un po' che non scrivo. Mi pento e mi dolgo per la mia assenza dal blog, ma per impegni vari e, lo ammetto con dispiacere, per mancanza di voglia di scrivere l'ho trascurato parecchio.
Che succede?
Direi niente di significativo. Dopo delle vacanze di Pasqua rilassanti sono tornato tra le nebbie padane a rintanarmi in attesa dell'estate cercando di ottenere il tanto agognato titolo che si avvicina, a piccoli passi, ma si avvicina.
In realtà non avevo tanta voglia di scrivere neanche oggi, finché, per caso, la settimana scorsa sono capitato in un blog che seguo e ho letto qualcosa che dapprima mi ha lasciato interdetto, successivamente mi ha riempito d'orgoglio. Evidentemente non sono un disastro irreparabile e qualcosa di positivo mi capita di farlo. Una volta ogni tanto.
Si dà il caso che ultimamente abbia scoperto un mio lato particolarmente portato per quella che, nel linguaggio comune, si definirebbe "psicologia", ma che nella realtà non ha niente a che vedere con la scienza omonima; si tratta piuttosto di un talento che ritengo di avere sempre avuto, ma che probabilmente non ho mai sfruttato adeguatamente per scopi di carattere "nobile".
Nonostante pochi cedimenti d'altronde posso orgogliosamente definirmi una persona dalle idee chiare, di sapere sempre ciò che voglio e di perseguirlo in modo complessivamente coerente. Sono perfettamente consapevole, nonostante ciò, del fatto che le personalità non sono tutte uguali, ognuno possiede la sua propria accozzaglia di pregi e difetti, può esserne fiero o meno, cercare di cambiarla o conservarla così com'è; dunque conosco una buona quantità di persone che non possiedono la mia stessa forma mentis -il mondo è bello perché è vario, lungi da me sostenere che la mia sia in qualche modo migliore di un'altra- e possono non presentare la stessa decisione ed ambizione quando le strade si biforcano. Sono questi i casi in cui abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci consigli, astraendosi dalla situazione, nel caso in cui non sia già esterno ad essa per natura, e ci offra freddamente la propria opinione e i propri consigli in merito.
Si tratta di ciò che, ultimamente, tre persone mi hanno chiesto di fare in merito a tre situazioni totalmente diverse l'una dall'altra. Personalmente non pretendo di avere una visione oggettiva e totalmente condivisibile, in quanto ritengo non ne esista una, semplicemente mi sono ritrovato a consigliarli in base a come avrei agito io (o avrei voluto agire) in una situazione simile, tenendo anche conto di tutti gli ostacoli, delle loro opinioni ed esperienze in merito.
Probabilmente, al loro posto sarei stato felice di seguire i miei consigli vista la mia straordinaria abilità, riconosciuta col senno di poi, di fornirli. Peccato che, per la mia ancor più eccezionale prerogativa del predicare bene, ma razzolare male, sono il primo detrattore degli stessi, in quanto non sufficientemente coraggioso da metterli in atto.
A dispetto della mia riconosciuta incapacità, sono comunque orgoglioso di aver svolto un servizio utile per chi sarà in grado di trarne beneficio.
mercoledì 24 aprile 2013
giovedì 7 marzo 2013
Blocco dello scrittore e vecchi accademici
Quando il blocco dello scrittore imperversa, mietendo vittime quotidiane e rallentando, per non dire annullando, il lavoro di migliaia di persone, come fare per uscire da questa crisi?
La redazione della tesi di laurea è ormai diventata all'ordine del giorno nel mio disperato tentativo di accelerare l'arrivo della fine della mia permanenza nella tanto detestata città di Treviso; il pilastro che regge le mie giornate e, conseguentemente, ne determina l'umore, è il mio successo nel riuscire ad imbrattare di nero almeno una paginetta di Word al giorno. Ciascuna di queste, rappresenta un passo in più intrapreso in vista della tanto agognata laurea e della un po' meno agognata fine della vita da studente universitario.
Finché si trattava di tradurre, e dunque semplicemente trasporre un testo già esistente da una lingua ad un'altra, il riempimento di fogli bianchi non costituiva assolutamente un ostacolo insormontabile. Le difficoltà cominciano quando arriva il momento di analizzare e commentare il lavoro svolto, combattuti tra la paura di non avere abbastanza contenuti da trasmettere e quella di scrivere i concetti meno attinenti ed incoerenti pur di riuscire a riempire lo spazio minimo richiesto.
La mia più grande paura è quella di incontrare lo scoglio dell'opposizione del docente relatore, ma, per quanto rischi di "autogufarmi" irrimediabilmente, resta un dato di fatto che il suddetto ha ormai superato il limite dei 60 e, nonostante la sua coriacea natura da vecchio accademico cariatide gli permetta di tirare avanti mostrando il lato più "professionale" di sé, la demenza senile avanza e la voglia di lavorare diminuisce a vista d'occhio; conseguenza di ciò sarà la sua negligenza durante la fase di correzione e, dunque, i lunghi pomeriggi passati seduto sul pavimento di fronte al suo studio saranno ripagati dall'avere dei via libera abbastanza generosi e rapidi.
Solo la proclamazione potrà comunque segnare l'inizio della gioia e la fine del dolore, dopo tante lacrime versate, regalate allo stress; si cresce ma si invecchia, spuntano rughe e i capelli cadono, ma sono passaggi obbligati, così come le scelte che comportano sacrifici.
Ponendo fine alle insensate dissertazioni sui massimi sistemi e sugli scopi ultimi della vita -che puntualmente trovano terreno fertile in orari notturni- chiudo l'ennesimo post di sfogo. Non si sa mai, magari la suprema divinità blogger un giorno leggerà ed esaudirà i miei desideri più reconditi cancellando le paure e le paranoie più intime...
La redazione della tesi di laurea è ormai diventata all'ordine del giorno nel mio disperato tentativo di accelerare l'arrivo della fine della mia permanenza nella tanto detestata città di Treviso; il pilastro che regge le mie giornate e, conseguentemente, ne determina l'umore, è il mio successo nel riuscire ad imbrattare di nero almeno una paginetta di Word al giorno. Ciascuna di queste, rappresenta un passo in più intrapreso in vista della tanto agognata laurea e della un po' meno agognata fine della vita da studente universitario.
Finché si trattava di tradurre, e dunque semplicemente trasporre un testo già esistente da una lingua ad un'altra, il riempimento di fogli bianchi non costituiva assolutamente un ostacolo insormontabile. Le difficoltà cominciano quando arriva il momento di analizzare e commentare il lavoro svolto, combattuti tra la paura di non avere abbastanza contenuti da trasmettere e quella di scrivere i concetti meno attinenti ed incoerenti pur di riuscire a riempire lo spazio minimo richiesto.
La mia più grande paura è quella di incontrare lo scoglio dell'opposizione del docente relatore, ma, per quanto rischi di "autogufarmi" irrimediabilmente, resta un dato di fatto che il suddetto ha ormai superato il limite dei 60 e, nonostante la sua coriacea natura da vecchio accademico cariatide gli permetta di tirare avanti mostrando il lato più "professionale" di sé, la demenza senile avanza e la voglia di lavorare diminuisce a vista d'occhio; conseguenza di ciò sarà la sua negligenza durante la fase di correzione e, dunque, i lunghi pomeriggi passati seduto sul pavimento di fronte al suo studio saranno ripagati dall'avere dei via libera abbastanza generosi e rapidi.
Solo la proclamazione potrà comunque segnare l'inizio della gioia e la fine del dolore, dopo tante lacrime versate, regalate allo stress; si cresce ma si invecchia, spuntano rughe e i capelli cadono, ma sono passaggi obbligati, così come le scelte che comportano sacrifici.
Ponendo fine alle insensate dissertazioni sui massimi sistemi e sugli scopi ultimi della vita -che puntualmente trovano terreno fertile in orari notturni- chiudo l'ennesimo post di sfogo. Non si sa mai, magari la suprema divinità blogger un giorno leggerà ed esaudirà i miei desideri più reconditi cancellando le paure e le paranoie più intime...
venerdì 22 febbraio 2013
Dentro e fuori dall'armadio
Negli ultimi giorni sono stato involontariamente spinto a riflettere su una questione di ignavia, se così la si vuol chiamare. Chiaramente, come tanti altri aspetti, possiede mille sfaccettature, per questo motivo ritengo sia da sviscerare in profondità prima di poterle attribuire tale titolo.
Italia ed omosessualità non sono precisamente due vettori che procedono nella stessa direzione, è risaputo; nonostante ciò, assistiamo negli ultimi anni ad un graduale -e ahimè lento- processo di apertura in questo senso. Grazie all'Unione Europea, ai rapporti con i paesi vicini, al progresso, alle proteste e alle dimostrazioni popolari, la mentalità si evolve per il meglio, eppure non è ancora abbastanza.
Nonostante si assista ad una sempre maggiore affermazione ed un più forte riconoscimento dei diritti delle persone attratte da individui dello stesso sesso, le voci che emergono dalla massa silente e indifferente sono ancora troppo deboli per poter essere adeguatamente udite da chi preferisce fare orecchie da mercante o, semplicemente, è talmente fermo e radicato nelle sue convinzioni da necessitare di motivazioni pronunciate in coro per potersi smuovere.
La critica che mi sento di lanciare, per quanto non voglia sparare a zero giacché anche io ho le mie croci e i miei scheletri nell'armadio, è nei confronti di coloro che passano il tempo a nascondersi nell'ombra o, per usare un'espressione anglo/gallo/ispano/lusitana tradotta: dentro l'armadio. Come per tante altre categorie, la difesa dei diritti tramite manifestazione pubblica è fondamentale, una colonna portante della sopraelevata che conduce all'ottenimento degli stessi ed al loro rispetto da parte della popolazione e dei suoi rappresentanti, è risaputo. A differenza di movimenti come quello femminista però, essere omosessuali alla luce del sole è tutt'altro che semplice e segue un processo di durata varia che passa per varie tappe e che incontra un numero di difficoltà che dipende da vari fattori. Solo chi è in grado di superare tutte le tappe con successo sarà in grado di affrontare la grande sfida della lotta per i propri diritti, traguardo accessibile non certamente per maggioranza degli omosessuali.
Lo scoglio iniziale, nonché uno dei più grossi, è quello di ammettere a se stessi che le proprie preferenze sessuali non sono quelle che la società ci insegna e secondo le quali siamo "programmati" sin dalla nascita. La durata di questo passaggio e le difficoltà incontrate sono strettamente legate all'ambito familiare e amicale nel quale si è cresciuti, i diversi gradi di apertura mentale dei suoi componenti, la presa della religione su questi ultimi e le eventuali opinioni al riguardo, ma buona parte di coloro che riescono, sono solitamente idonei ad ottenere buoni esiti anche nelle tappe successive.
Superati i vari traguardi del coming-out, il passo finale è quello dell'attivismo, del quale esistono vari gradi più o meno condivisibili; si va per esempio dall'ostentazione con lo scopo di infastidire chi non apprezza o non concepisce l'omosessualità, alla pretesa del rispetto in modo pacifico e fiero allo stesso tempo, con la condanna dei crimini contro la categoria. A metà vi sono gradi di attivismo molto più moderati e celati che possono palesarsi semplicemente nel parlare liberamente senza dover cambiare il genere dei sostantivi e degli aggettivi, di esprimersi come se si parlasse con se stessi e di non nascondersi né vergognarsi di ciò che si è, atteggiamento che, per quanto possa sembrare relativamente menefreghista e codardo rispetto a coloro che invece sfilano nelle strade e nelle piazze, rappresenta in realtà un atto collaborativo nei confronti del mondo omosessuale, poiché si portano le proprie conoscenze a comprendere la sessualità di una persona che hanno sempre apprezzato prima di entrare in contatto con questo suo aspetto e che, se dotate di ragione, non si sentirebbero mai di abbandonare perché "in contrasto" con il loro stile di vita. Come primo approccio è, secondo la mia opinione, piuttosto soddisfacente.
E' troppo comodo attendere che gli altri lottino per i nostri interessi mentre ci si nasconde nell'ombra, solo uniti si è capaci di raggiungere risultati significativi e a vivere pacificamente in società senza maschere né barriere.
Italia ed omosessualità non sono precisamente due vettori che procedono nella stessa direzione, è risaputo; nonostante ciò, assistiamo negli ultimi anni ad un graduale -e ahimè lento- processo di apertura in questo senso. Grazie all'Unione Europea, ai rapporti con i paesi vicini, al progresso, alle proteste e alle dimostrazioni popolari, la mentalità si evolve per il meglio, eppure non è ancora abbastanza.
Nonostante si assista ad una sempre maggiore affermazione ed un più forte riconoscimento dei diritti delle persone attratte da individui dello stesso sesso, le voci che emergono dalla massa silente e indifferente sono ancora troppo deboli per poter essere adeguatamente udite da chi preferisce fare orecchie da mercante o, semplicemente, è talmente fermo e radicato nelle sue convinzioni da necessitare di motivazioni pronunciate in coro per potersi smuovere.
La critica che mi sento di lanciare, per quanto non voglia sparare a zero giacché anche io ho le mie croci e i miei scheletri nell'armadio, è nei confronti di coloro che passano il tempo a nascondersi nell'ombra o, per usare un'espressione anglo/gallo/ispano/lusitana tradotta: dentro l'armadio. Come per tante altre categorie, la difesa dei diritti tramite manifestazione pubblica è fondamentale, una colonna portante della sopraelevata che conduce all'ottenimento degli stessi ed al loro rispetto da parte della popolazione e dei suoi rappresentanti, è risaputo. A differenza di movimenti come quello femminista però, essere omosessuali alla luce del sole è tutt'altro che semplice e segue un processo di durata varia che passa per varie tappe e che incontra un numero di difficoltà che dipende da vari fattori. Solo chi è in grado di superare tutte le tappe con successo sarà in grado di affrontare la grande sfida della lotta per i propri diritti, traguardo accessibile non certamente per maggioranza degli omosessuali.
Lo scoglio iniziale, nonché uno dei più grossi, è quello di ammettere a se stessi che le proprie preferenze sessuali non sono quelle che la società ci insegna e secondo le quali siamo "programmati" sin dalla nascita. La durata di questo passaggio e le difficoltà incontrate sono strettamente legate all'ambito familiare e amicale nel quale si è cresciuti, i diversi gradi di apertura mentale dei suoi componenti, la presa della religione su questi ultimi e le eventuali opinioni al riguardo, ma buona parte di coloro che riescono, sono solitamente idonei ad ottenere buoni esiti anche nelle tappe successive.
Superati i vari traguardi del coming-out, il passo finale è quello dell'attivismo, del quale esistono vari gradi più o meno condivisibili; si va per esempio dall'ostentazione con lo scopo di infastidire chi non apprezza o non concepisce l'omosessualità, alla pretesa del rispetto in modo pacifico e fiero allo stesso tempo, con la condanna dei crimini contro la categoria. A metà vi sono gradi di attivismo molto più moderati e celati che possono palesarsi semplicemente nel parlare liberamente senza dover cambiare il genere dei sostantivi e degli aggettivi, di esprimersi come se si parlasse con se stessi e di non nascondersi né vergognarsi di ciò che si è, atteggiamento che, per quanto possa sembrare relativamente menefreghista e codardo rispetto a coloro che invece sfilano nelle strade e nelle piazze, rappresenta in realtà un atto collaborativo nei confronti del mondo omosessuale, poiché si portano le proprie conoscenze a comprendere la sessualità di una persona che hanno sempre apprezzato prima di entrare in contatto con questo suo aspetto e che, se dotate di ragione, non si sentirebbero mai di abbandonare perché "in contrasto" con il loro stile di vita. Come primo approccio è, secondo la mia opinione, piuttosto soddisfacente.
E' troppo comodo attendere che gli altri lottino per i nostri interessi mentre ci si nasconde nell'ombra, solo uniti si è capaci di raggiungere risultati significativi e a vivere pacificamente in società senza maschere né barriere.
lunedì 11 febbraio 2013
Chi è al mondo solo perché c'è posto
Ho deciso che i miei ultimi scritti su questa pagina erano troppo seri, quindi è ora di spezzare un po' la monotonia ed abbinarci un post a sfondo ironico, ma non troppo: in questo caso la verità non si deposita soltanto sul fondo.
La gente deve morire.
No, non mi riferisco semplicemente al fatto che siamo esseri mortali la cui vita naturale ha una durata media di 60/70 anni, bensì a quella categoria di individui inutili o dannosi che arreca disturbo alle vite altrui e, sostanzialmente, "è al mondo solo perché c'è posto".
Penso sia abbastanza evidente che questo blog e i suoi contenuti non vogliono nemmeno lontanamente arrogarsi un'oggettività che non starebbe né in cielo né in terra, soprattutto visti gli argomenti futili e frivoli che tratto normalmente; l'unico mio intento è quello di esprimere le mie opinioni su argomenti determinati senza essere soggetto a censure, critiche od opinioni contrarie alla mie, sentendomi costretto magari a confutarle.
Solitamente, inoltre, non sono così estremista né misantropo, ma, dopo la chiacchierata con un amico che ha portato il focus della conversazione su elementi di dubbia utilità, quali Silvio Berlusconi o Ke$ha, la mia parte sociopatica ha sentito un impulso che l'ha risvegliata dopo un lunghissimo sonno; ora Lei è pronta per riscuotere gli arretrati.
Nella fattispecie, perché Ke$ha, una ragazza giovane senza talento alcuno, senza essersi creata un personaggio degno di nota, senza aver fatto niente di significativo eccetto canzoni vuote e insensate con un ritmo orecchiabile -con tanto di voce modificata elettronicamente, ça va sans dire- riesce ad avere così tanto successo nonostante abbia fatto sanguinare migliaia di orecchie in tutto il mondo? Ricordo che quando comparve il nome del suo ultimo album tra le Tendenze di Twitter, me ne compiacqui poiché, credetti per un momento che lei fosse scomparsa dalla faccia del pianeta, e il titolo "RIP" non poteva far altro che alimentare il mio desiderio. Non fraintendetemi: pecco anche io spesso e volentieri di incoerenza ed ho scaricato e, sporadicamente, ascolto qualcuno dei suoi singoli, però si tratta di isolati momenti di debolezza che difficilmente si ripetono.
Un po' diverso è il discorso che abbraccia l'ambito della politica. Per quanto la signorina citata qua sopra abbia una popolarità non indifferente, se non si ha più pazienza sufficiente per tollerarla si può sempre spegnere il riproduttore di musica in attività e metterla a tacere definitivamente. Nella vita di tutti i giorni, purtroppo, non basta spegnere la tv, il computer o la radio per non avere più notizie di colui che, più di ogni altro, ha condotto il paese alla rovina già per tre volte e che, oramai, non usa più neanche un filtro per setacciare i suoi pensieri più assurdi imbellendoli di retorica facendoli anche sembrare intelligenti e ragionati, ma sgancia a ruota libera gastronerie come fa una mandria di cavalli alla fiera di paese con i propri escrementi. Mettiamo da parte per un momento l'infelice metafora per dedicare un momento ai suoi elettori che sono sempre spaventosamente numerosi e che il Cavaliere riesce ad abbindolare con le sue chiacchiere, inducendoli a dichiarargli una folle e cieca fedeltà. In una parola: terrificanti.
Il motivo per cui è impossibile ignorare un individuo come lui è presto detto: le sue azioni hanno ripercussioni profonde sulla vita di tutti i giorni e sul futuro mio e di tanti giovani in primis.
Aggiornamento dell'ultim'ora: la sociopatia che normalmente ottiene il ruolo di protagonista di tutti i miei lunedì è oggi dissipata. Le dimissioni di Benedetto XVI sono una notizia della quale non posso far altro che rallegrarmi. Il signor Ratzinger, sin dal giorno della sua elezione, non ha fatto altro che darmi un crescente numero di motivi per alimentare il mio orientamento anticlericale, portandolo quasi ad un integralismo paragonabile a quello dei più alti vertici della Chiesa Cattolica Romana. Non resta che sperare in un esponente ben più progressista e di evitare di cadere dalla padella alla brace.
Non è morto, è vero, ma poveraccio, ormai i suoi anni li ha, la demenza senile ha già riscosso una vittima in lui e non mi pare etico augurargli una prematura sparizione, non ora che non rappresenta più un pericolo.
La gente deve morire.
No, non mi riferisco semplicemente al fatto che siamo esseri mortali la cui vita naturale ha una durata media di 60/70 anni, bensì a quella categoria di individui inutili o dannosi che arreca disturbo alle vite altrui e, sostanzialmente, "è al mondo solo perché c'è posto".
Penso sia abbastanza evidente che questo blog e i suoi contenuti non vogliono nemmeno lontanamente arrogarsi un'oggettività che non starebbe né in cielo né in terra, soprattutto visti gli argomenti futili e frivoli che tratto normalmente; l'unico mio intento è quello di esprimere le mie opinioni su argomenti determinati senza essere soggetto a censure, critiche od opinioni contrarie alla mie, sentendomi costretto magari a confutarle.
Solitamente, inoltre, non sono così estremista né misantropo, ma, dopo la chiacchierata con un amico che ha portato il focus della conversazione su elementi di dubbia utilità, quali Silvio Berlusconi o Ke$ha, la mia parte sociopatica ha sentito un impulso che l'ha risvegliata dopo un lunghissimo sonno; ora Lei è pronta per riscuotere gli arretrati.
Nella fattispecie, perché Ke$ha, una ragazza giovane senza talento alcuno, senza essersi creata un personaggio degno di nota, senza aver fatto niente di significativo eccetto canzoni vuote e insensate con un ritmo orecchiabile -con tanto di voce modificata elettronicamente, ça va sans dire- riesce ad avere così tanto successo nonostante abbia fatto sanguinare migliaia di orecchie in tutto il mondo? Ricordo che quando comparve il nome del suo ultimo album tra le Tendenze di Twitter, me ne compiacqui poiché, credetti per un momento che lei fosse scomparsa dalla faccia del pianeta, e il titolo "RIP" non poteva far altro che alimentare il mio desiderio. Non fraintendetemi: pecco anche io spesso e volentieri di incoerenza ed ho scaricato e, sporadicamente, ascolto qualcuno dei suoi singoli, però si tratta di isolati momenti di debolezza che difficilmente si ripetono.
Un po' diverso è il discorso che abbraccia l'ambito della politica. Per quanto la signorina citata qua sopra abbia una popolarità non indifferente, se non si ha più pazienza sufficiente per tollerarla si può sempre spegnere il riproduttore di musica in attività e metterla a tacere definitivamente. Nella vita di tutti i giorni, purtroppo, non basta spegnere la tv, il computer o la radio per non avere più notizie di colui che, più di ogni altro, ha condotto il paese alla rovina già per tre volte e che, oramai, non usa più neanche un filtro per setacciare i suoi pensieri più assurdi imbellendoli di retorica facendoli anche sembrare intelligenti e ragionati, ma sgancia a ruota libera gastronerie come fa una mandria di cavalli alla fiera di paese con i propri escrementi. Mettiamo da parte per un momento l'infelice metafora per dedicare un momento ai suoi elettori che sono sempre spaventosamente numerosi e che il Cavaliere riesce ad abbindolare con le sue chiacchiere, inducendoli a dichiarargli una folle e cieca fedeltà. In una parola: terrificanti.
Il motivo per cui è impossibile ignorare un individuo come lui è presto detto: le sue azioni hanno ripercussioni profonde sulla vita di tutti i giorni e sul futuro mio e di tanti giovani in primis.
Aggiornamento dell'ultim'ora: la sociopatia che normalmente ottiene il ruolo di protagonista di tutti i miei lunedì è oggi dissipata. Le dimissioni di Benedetto XVI sono una notizia della quale non posso far altro che rallegrarmi. Il signor Ratzinger, sin dal giorno della sua elezione, non ha fatto altro che darmi un crescente numero di motivi per alimentare il mio orientamento anticlericale, portandolo quasi ad un integralismo paragonabile a quello dei più alti vertici della Chiesa Cattolica Romana. Non resta che sperare in un esponente ben più progressista e di evitare di cadere dalla padella alla brace.
Non è morto, è vero, ma poveraccio, ormai i suoi anni li ha, la demenza senile ha già riscosso una vittima in lui e non mi pare etico augurargli una prematura sparizione, non ora che non rappresenta più un pericolo.
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martedì 5 febbraio 2013
L'istinto di amare
Chi siamo? Cosa facciamo? Qual è lo scopo del nostro vagare?
Ogni essere umano si è posto queste domande almeno una volta nella vita, anche inconsciamente. Altrettanto inconsciamente cerca di rispondersi per poi mettersi alla ricerca di ciò che rispecchia la soluzione a questi quesiti nel mondo reale, in particolare all'ultimo dei tre.
E' facile rispondere da un punto di vista prettamente biologico affrontando un discorso improntato sui bisogni di prima necessità che determinano la sopravvivenza: il cibo, l'acqua, il calore, la luce.
Un po' più complicati sono invece gli aspetti morali e spirituali. Questi ultimi dipendono un po' dallo sviluppo e dai cambiamenti della filosofia e della mentalità dei popoli e delle genti, ma degli elementi costanti si trovano sempre a distanza di varie generazioni. E' da sempre oggetto di discorsi la ricerca della felicità, spesso accompagnata da quella dell'amore. Tanti sostengono che non esiste vita piena e felice senza l'amore ed è man mano che vado avanti che mi trovo a concordare sempre più con questa categoria.
L'uomo non è fatto per passare la vita in solitudine e sente il bisogno di essere sempre circondato da suoi simili sin dall'infanzia. E' inevitabile che nei confronti delle persone che ci stanno vicine si sviluppino sentimenti di natura affettiva di diversi tipi, una dipendenza dalla quale non si vorrebbe mai guarire.
Le priorità cambiano al cambiare delle generazioni, come dicevo. C'è chi pensa a fare soldi prima di ogni altra cosa, per poter vivere una vita dignitosa; chi studia in modo folle per poter conseguire la professione dei propri sogni; chi ha soltanto voglia di divertirsi e trascorrere il tempo in modo non impegnato; chi semplicemente ambisce a sopravvivere fino alla fine della giornata.
Cosa hanno in comune queste categorie di persone? La loro impellente necessità di interagire con gli altri o la loro fuga dalla solitudine.
Si lavora e si fanno soldi per potersi permettere una casa da condividere con la persona amata o la propria famiglia; si studia per lavorare e regalare una vita migliore a noi stessi e a chi riteniamo importante; ci si diverte preferibilmente in compagnia; si arriva alla fine della giornata presumibilmente con il pensiero che prima o poi, probabilmente, arriverà nella nostra vita qualcuno che la renda migliore e non ci costringa più a sopravvivere, ma ci insegni a vivere.
Anche l'uomo o la donna più superficiale del pianeta, dedito/a alla materialità, ai piaceri carnali e terreni, ha inconsciamente la necessità e il desiderio di stare bene, in pace. Starà a lui/lei ammetterlo o persino occultarlo a se stesso, in entrambi i casi è molto probabile che si lasci andare involontariamente, vinto dall'istinto della ricerca del calore interiore e del bisogno di amare, tradito dalla sua stessa natura.
Avrei tanto voluto non oltrepassare i confini della riflessione e precipitare su ciò che, non a torto, si considera sdolcinato; ma a volte ritengo sia necessario sbilanciarsi per esprimere ciò che si pensa.
Ogni essere umano si è posto queste domande almeno una volta nella vita, anche inconsciamente. Altrettanto inconsciamente cerca di rispondersi per poi mettersi alla ricerca di ciò che rispecchia la soluzione a questi quesiti nel mondo reale, in particolare all'ultimo dei tre.
E' facile rispondere da un punto di vista prettamente biologico affrontando un discorso improntato sui bisogni di prima necessità che determinano la sopravvivenza: il cibo, l'acqua, il calore, la luce.
Un po' più complicati sono invece gli aspetti morali e spirituali. Questi ultimi dipendono un po' dallo sviluppo e dai cambiamenti della filosofia e della mentalità dei popoli e delle genti, ma degli elementi costanti si trovano sempre a distanza di varie generazioni. E' da sempre oggetto di discorsi la ricerca della felicità, spesso accompagnata da quella dell'amore. Tanti sostengono che non esiste vita piena e felice senza l'amore ed è man mano che vado avanti che mi trovo a concordare sempre più con questa categoria.
L'uomo non è fatto per passare la vita in solitudine e sente il bisogno di essere sempre circondato da suoi simili sin dall'infanzia. E' inevitabile che nei confronti delle persone che ci stanno vicine si sviluppino sentimenti di natura affettiva di diversi tipi, una dipendenza dalla quale non si vorrebbe mai guarire.
Le priorità cambiano al cambiare delle generazioni, come dicevo. C'è chi pensa a fare soldi prima di ogni altra cosa, per poter vivere una vita dignitosa; chi studia in modo folle per poter conseguire la professione dei propri sogni; chi ha soltanto voglia di divertirsi e trascorrere il tempo in modo non impegnato; chi semplicemente ambisce a sopravvivere fino alla fine della giornata.
Cosa hanno in comune queste categorie di persone? La loro impellente necessità di interagire con gli altri o la loro fuga dalla solitudine.
Si lavora e si fanno soldi per potersi permettere una casa da condividere con la persona amata o la propria famiglia; si studia per lavorare e regalare una vita migliore a noi stessi e a chi riteniamo importante; ci si diverte preferibilmente in compagnia; si arriva alla fine della giornata presumibilmente con il pensiero che prima o poi, probabilmente, arriverà nella nostra vita qualcuno che la renda migliore e non ci costringa più a sopravvivere, ma ci insegni a vivere.
Anche l'uomo o la donna più superficiale del pianeta, dedito/a alla materialità, ai piaceri carnali e terreni, ha inconsciamente la necessità e il desiderio di stare bene, in pace. Starà a lui/lei ammetterlo o persino occultarlo a se stesso, in entrambi i casi è molto probabile che si lasci andare involontariamente, vinto dall'istinto della ricerca del calore interiore e del bisogno di amare, tradito dalla sua stessa natura.
Avrei tanto voluto non oltrepassare i confini della riflessione e precipitare su ciò che, non a torto, si considera sdolcinato; ma a volte ritengo sia necessario sbilanciarsi per esprimere ciò che si pensa.
domenica 27 gennaio 2013
Storia e Memoria
27 gennaio.
Giornata della Memoria delle vittime dell'Olocausto.
Una data che, da bambino e adolescente ha sempre rappresentato l'avvenimento storico che è stato capace di segnarmi e toccarmi nel profondo, più di qualunque altro. Lo sterminio di più di 6 milioni di individui nel corso di circa 5 anni appena con metodi barbari e disumani testimoniati da prove innegabili e schiaccianti; eppure, vi è ancora qualcuno con il coraggio di negare.
La storia insegna, non bisogna ignorarla quando ci lancia i suoi costanti avvertimenti mentre l'uomo rischia di ricadere negli stessi errori già commessi a causa della sua stupidità, dell'ignoranza, della follia, del suo egoismo e del suo mettere gli interessi davanti a tutto il resto.
Nonostante ciò, sappiamo bene, noi comuni mortali, di essere privi del senso della misura e della razionalità, sconfinando spesso e volentieri nei due estremi opposti perché la via più facile è comoda è quella del "fare di tutta l'erba un fascio" o creare un enorme spartiacque tra ciò che è totalmente positivo o totalmente negativo.
Per quanto per me sia difficoltoso attribuire aggettivi come "valido" a una figura emblematica come Adolf Hitler, ritengo che nella vita sia necessaria una certa abilità di astrazione; per questo motivo non condivido le idee chi spara a zero su individui che condannano fermamente l'Olocausto e, contemporaneamente, affermano che il suddetto abbia dimostrato notevoli capacità militare. I poveri incauti che non prestano attenzione a non esprimere le loro idee davanti a coloro che si spacciano per difensori assoluti, con le loro scintillanti spade tratte, della democrazia, mentre in realtà hanno lo stesso automatismo di un animale affamato davanti a una ciotola di cibo nell'attribuire aggettivi estremisti quali "fascista" o "comunista" al malcapitato.
La stessa categoria di personaggi, di dubbi gusto, apertura mentale e razionalità, costituisce la fazione più accanita, lo schieramento più compatto di quei moralisti che compiangono le vittime della tragedia per la bellezza di 5 minuti consecutivi: il tempo necessario per redigere un (per loro) epico stato su Facebook o Tweet degno dell'approvazione di almeno quattro o cinque seguaci appartenenti alla stessa categoria, per poi passare ad insultare lo zingaro, l'omosessuale o il rumeno di turno non appena l'atmosfera struggente smette di fare effetto su di loro. Sullo sfondo, la forza inarrestabile dell'incoerenza più palese.
Si elogia tanto la capacità di utilizzare la propria testa in modo autonomo per pensare, ma quando qualcuno si dimostra incline ad uscire dal coro, viene esiliato e stigmatizzato senza nessuna pietà.
E allora, perché si critica tanto chi la democrazia e la pluralità le aveva bandite?
Forse la storia non insegna, oppure grida ma non viene considerata.
Giornata della Memoria delle vittime dell'Olocausto.
Una data che, da bambino e adolescente ha sempre rappresentato l'avvenimento storico che è stato capace di segnarmi e toccarmi nel profondo, più di qualunque altro. Lo sterminio di più di 6 milioni di individui nel corso di circa 5 anni appena con metodi barbari e disumani testimoniati da prove innegabili e schiaccianti; eppure, vi è ancora qualcuno con il coraggio di negare.
La storia insegna, non bisogna ignorarla quando ci lancia i suoi costanti avvertimenti mentre l'uomo rischia di ricadere negli stessi errori già commessi a causa della sua stupidità, dell'ignoranza, della follia, del suo egoismo e del suo mettere gli interessi davanti a tutto il resto.
Nonostante ciò, sappiamo bene, noi comuni mortali, di essere privi del senso della misura e della razionalità, sconfinando spesso e volentieri nei due estremi opposti perché la via più facile è comoda è quella del "fare di tutta l'erba un fascio" o creare un enorme spartiacque tra ciò che è totalmente positivo o totalmente negativo.
Per quanto per me sia difficoltoso attribuire aggettivi come "valido" a una figura emblematica come Adolf Hitler, ritengo che nella vita sia necessaria una certa abilità di astrazione; per questo motivo non condivido le idee chi spara a zero su individui che condannano fermamente l'Olocausto e, contemporaneamente, affermano che il suddetto abbia dimostrato notevoli capacità militare. I poveri incauti che non prestano attenzione a non esprimere le loro idee davanti a coloro che si spacciano per difensori assoluti, con le loro scintillanti spade tratte, della democrazia, mentre in realtà hanno lo stesso automatismo di un animale affamato davanti a una ciotola di cibo nell'attribuire aggettivi estremisti quali "fascista" o "comunista" al malcapitato.
La stessa categoria di personaggi, di dubbi gusto, apertura mentale e razionalità, costituisce la fazione più accanita, lo schieramento più compatto di quei moralisti che compiangono le vittime della tragedia per la bellezza di 5 minuti consecutivi: il tempo necessario per redigere un (per loro) epico stato su Facebook o Tweet degno dell'approvazione di almeno quattro o cinque seguaci appartenenti alla stessa categoria, per poi passare ad insultare lo zingaro, l'omosessuale o il rumeno di turno non appena l'atmosfera struggente smette di fare effetto su di loro. Sullo sfondo, la forza inarrestabile dell'incoerenza più palese.
Si elogia tanto la capacità di utilizzare la propria testa in modo autonomo per pensare, ma quando qualcuno si dimostra incline ad uscire dal coro, viene esiliato e stigmatizzato senza nessuna pietà.
E allora, perché si critica tanto chi la democrazia e la pluralità le aveva bandite?
Forse la storia non insegna, oppure grida ma non viene considerata.
sabato 19 gennaio 2013
Bimbominchiaggine
When I see stars, when I see, when I see stars that's all they are, when I hear songs they sound like a swan.
Il tanto temuto inizio della sessione d'esami invernale è arrivato. Non riverserò su questo spazio le mie ansie fantasma e il mio vittimismo inesistente, poiché obiettivamente non devo sostenerne nessuno di una difficoltà particolarmente elevata o che richiedano la memorizzazione di una mole considerevole di materiale, è semplicemente l'idea del doversi sottoporre a una prova, ancora una volta.
Treviso con il suo sconforto costituiscono il sottofondo perfetto per una vita noiosa e monotona come quella che vivo attualmente, o in realtà ne è la causa.
Nei giorni di pioggia e vento, uscire per fare commissioni non è bello quanto potrebbe esserlo a Parigi. Nello sconforto di un ombrello rotto da un soffio troppo forte e degli schizzi presi da una macchina in corsa su una pozzanghera sono sempre seguiti da uno sbuffare di breve durata.
E' un esercizio d'autocontrollo, il trattenersi dal non uscire fuori di testa e mantenere i propri obiettivi fissi davanti a sé anche quando non c'è nient'altro in grado di motivare e dare una spinta un po' più forte per andare avanti. Tutto dipende da quanto forte si riescono a stringere i pugni e serrare le mascelle quando qualcosa non va.
Se anche internet mi abbandona, cosa non infrequente in questi giorni, la solitudine si fa più pesante e non mi resta che trascorrere a tormentarmi le mani, con un tic nervoso all'occhio destro e battendo ritmicamente la testa al muro aspettando il sopraggiungere del trauma cranico o di uno svenimento che possa tenermi occupato almeno il pomeriggio.
Gli amici pare abbiano deciso di seguire l'esempio di tanti animali e votare all'unanimità per l'opzione "letargia". Non si parla quasi più di uscire, né durante né alla fine della settimana, ormai la facoltà è l'unico collante. Nel frattempo so che i miei amici lontani stanno insieme, si riuniscono, si divertono, vivono pacificamente. Io li invidio tanto e sento la loro mancanza, ma ancora una volta non resta niente da fare se non attendere giorni migliori.
Gastronerie a parte, è il futuro la posta in gioco; le alternative sono poche e sconvenienti e portano tutte a conclusioni delle quali so in partenza che mi pentirei.
Testa alta, pugni chiusi, denti stretti e un passo alla volta: la bimbominchiaggine è sempre in agguato anche quando si crede di aver raggiunto un livello di maturità tale da esserne esenti.
Il tanto temuto inizio della sessione d'esami invernale è arrivato. Non riverserò su questo spazio le mie ansie fantasma e il mio vittimismo inesistente, poiché obiettivamente non devo sostenerne nessuno di una difficoltà particolarmente elevata o che richiedano la memorizzazione di una mole considerevole di materiale, è semplicemente l'idea del doversi sottoporre a una prova, ancora una volta.
Treviso con il suo sconforto costituiscono il sottofondo perfetto per una vita noiosa e monotona come quella che vivo attualmente, o in realtà ne è la causa.
Nei giorni di pioggia e vento, uscire per fare commissioni non è bello quanto potrebbe esserlo a Parigi. Nello sconforto di un ombrello rotto da un soffio troppo forte e degli schizzi presi da una macchina in corsa su una pozzanghera sono sempre seguiti da uno sbuffare di breve durata.
E' un esercizio d'autocontrollo, il trattenersi dal non uscire fuori di testa e mantenere i propri obiettivi fissi davanti a sé anche quando non c'è nient'altro in grado di motivare e dare una spinta un po' più forte per andare avanti. Tutto dipende da quanto forte si riescono a stringere i pugni e serrare le mascelle quando qualcosa non va.
Se anche internet mi abbandona, cosa non infrequente in questi giorni, la solitudine si fa più pesante e non mi resta che trascorrere a tormentarmi le mani, con un tic nervoso all'occhio destro e battendo ritmicamente la testa al muro aspettando il sopraggiungere del trauma cranico o di uno svenimento che possa tenermi occupato almeno il pomeriggio.
Gli amici pare abbiano deciso di seguire l'esempio di tanti animali e votare all'unanimità per l'opzione "letargia". Non si parla quasi più di uscire, né durante né alla fine della settimana, ormai la facoltà è l'unico collante. Nel frattempo so che i miei amici lontani stanno insieme, si riuniscono, si divertono, vivono pacificamente. Io li invidio tanto e sento la loro mancanza, ma ancora una volta non resta niente da fare se non attendere giorni migliori.
Gastronerie a parte, è il futuro la posta in gioco; le alternative sono poche e sconvenienti e portano tutte a conclusioni delle quali so in partenza che mi pentirei.
Testa alta, pugni chiusi, denti stretti e un passo alla volta: la bimbominchiaggine è sempre in agguato anche quando si crede di aver raggiunto un livello di maturità tale da esserne esenti.
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